Damiano Tommasi: «Candidarsi a Verona? Come giocare la Champions»

Bisogna «trovare la squadra giusta», ma anche «le motivazioni» per arrivare lontano. Ad un obiettivo paragonabile alla «Champions». Damiano Tommasi parla ancora da calciatore, anche adesso che è sceso in politica. Si candida a sindaco di Verona, e lo fa con una lista chiamata «Rete!» (e come sennò?), che mette insieme tutto il centrosinistra locale e movimenti civici per il voto del 12 giugno. Unendosi, fra l’altro, ad un sempre più nutrito gruppo di colleghi che dal pallone passano alle urne.

Non è il primo ex giocatore che si candida. C’è un rapporto speciale fra calcio e politica?

In generale credo chi ha avuto un ruolo pubblico, che sia uno sportivo o un artista, senta anche l’esigenza di mettere a disposizione la propria popolarità per lanciare messaggi positivi. Parecchi ragazzi e parecchie ragazze diventano grandi in fretta quando iniziano a fare una carriera sportiva di alto livello. Penso a chi, giovanissimo, si trova con una medaglia olimpica al collo o a competere rappresentando la propria nazione. Sono responsabilità che uno deve imparare a raccogliere da subito e questo ovviamente genera sensibilità.

E lei perché si candida?

Io ho sei figli di cui tre maggiorenni, e alcuni di loro sono appassionati di politica. Anzi, di impegno civile, più che di politica. Mi piace l’idea di poter dare a questi ragazzi la possibilità di credere che la politica sia far parte della comunità e sappia dare risposte a delle necessità. Oltre che alle questioni sociali che magari oggi i ragazzi cercano di portare avanti, ma non riescono a farlo nell’arena politica.

Le hanno chiesto loro di scendere in campo?

No, ho avuto tante richieste dalla società, terzo settore, mondo imprenditoriale, amici, persone che si vogliono impegnare per Verona. Mi hanno chiesto la disponibilità di far parte di questo progetto civico che può proporre alla città un racconto diverso da quello che è stato fatto negli ultimi anni.

Dall’amministrazione sportiva a quella locale: per lei la politica è una vocazione?

No, la vocazione è partecipare attivamente alla comunità in cui vivo. Ecco, più che l’impegno politico quello che dovrebbe sorprendere è il ruolo: partire come candidato sindaco di Verona è come partire dalla Champions. È un impegno importante, di responsabilità. Poi sono andato per anni ad incontrare giovani delle società sportive a raccontare quanto sia importante impegnarsi, essere cittadini attivi. Non mi sembrava di poter essere credibile se non avessi aderito a una proposta di impegno, di cittadinanza, di coinvolgimento dei giovani. È un proseguimento dell’attività che ho sempre cercato di fare.

Le interessano molto i giovani. Ma cosa può fare un sindaco per loro quando il loro ruolo è marginale in tutto il Paese?

Intanto crederci. Mi è stato detto che i giovani sono l’11% del corpo elettorale, quindi non sarebbero proprio quelli da intercettare per vincere le elezioni. Io credo invece ci siano parecchi genitori che vogliono risposte dall’amministrazione per i loro figli. Penso e mi auguro che si possa avere una città a misura anche di giovane, anche perché saranno loro quelli che la porteranno avanti domani.

Si candida con un centrosinistra molto ampio, dal Pd ai Cinque Stelle, in una città storicamente di centrodestra. È una bella sfida.

È vero. Ma la destra a Verona si è raccontata in maniera spesso e volentieri troppo ideologica, perdendo tante occasioni per costruire una città di riferimento anche nazionale ed europeo quando ne avrebbe le risorse. La candidatura è figlia proprio di chi mi ha chiesto di sovvertire questa narrazione. Di chi ha scelto di riunirsi rispetto ad un passato in cui invece si è pensato ad individualità.

E i sondaggi li guarda?

Certo, mi obbligano…

Qualcuno la dà in vantaggio.

Quello non l’ho visto. Ma il fatto decisivo è che chi non ha mai governato Verona ora abbia deciso di scegliere un candidato unico. Quello che davvero mi preoccupa, però, è che la gente vada a votare. Non è possibile che la maggioranza di elettori decida di non partecipare alla vita politica, è un problema per la democrazia.

E non ha pensato a nuovo tentativo per la presidenza della Figc in un momento così delicato?

No, ho già dato, la mia candidatura ormai l’ho fatta, anche se mi dispiace come è andata. Ma il calcio va avanti e la struttura sportiva, oltre che istituzionale, deve essere lungimirante. Purtroppo è una presa d’atto che, al di là del dell’Europeo vinto, i risultati dicono di un progetto sportivo generale che è in difficoltà e che forse ha bisogno di qualcosa di diverso. Adesso paghiamo il prezzo di una deriva lenta, anche se la Federazione può avere un impatto fino ad un certo punto. Lo stesso vale per Mancini, che ha fatto un grandissimo lavoro.

Che cosa farebbe lei, oggi, per risollevare il calcio italiano?

Va protetto il ruolo del calcio di base. Purtroppo sono ancora troppi i ragazzi che abbandonano l’attività sportiva in età adolescenziale. Se perdiamo di vista l’obiettivo, è inevitabile che, arrivati a un certo punto, sarà sempre più conveniente andare a prendere un calciatore già affermato in altri Paesi, dove il percorso per arrivare al professionismo è più veloce del nostro. Se ne facciamo solo un discorso di convenienza, anche economica, sempre più scelte verranno fatte come se fossero investimenti immobiliari e non investimenti tecnici.

Torniamo a Verona. Che spazio ha lo sport nella sua candidatura?

Mi piacerebbe che Verona mettesse a disposizione della propria cittadinanza le tante strutture che ci sono, riammodernandole e dando la possibilità alle persone di scegliere la pratica sportiva più consona e più a misura di cittadinanza. Una città che investe nello sport è una città che aumenta la qualità della vita dei propri cittadini. Mi auguro che anche lo sport riesca a fare rete, perché Verona rischia di affrontare sempre i temi a compartimenti stagni e in maniera individualistica.

Riammodernando anche il Bentegodi, storico campo dello scudetto dell’Hellas, oggi decadente?

È sicuramente uno stadio che ha bisogno di essere rinnovato. La una carenza di strutture di qualità non gli permette neanche di avere la licenza UEFA, e quindi di ospitare eventi internazionali. È una discussione che va avanti da qualche anno, ma per ammodernare e sistemare gli stadi servono risorse. Abbiamo purtroppo perso il Chievo l’anno scorso e quindi anche nella eventuale ristrutturazione c’è da tener conto di questa assenza, che pesa sul business plan e sulla sostenibilità dell’investimento economico. L’amministrazione dovrà capire come e se mettere mano alla struttura esistente. Poi dipenderà anche dalle società.

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