Fischi, silenzio, timore: il nuovo Barça strappa un punto al Granada

Il Camp Nou, tutto, era stato zitto per un minuto e mezzo. Tanto era passato prima che il Granada segnasse il primo gol dell’incontro. Lì sono piovuti i fischi. Gli stessi fischi che si erano sentiti la scorsa settimana contro il Bayern e che, secondo i media spagnoli, avevano portato alle lacrime negli spogliatoi un ragazzo della casa come Sergi Roberto, preso di mira al momento della sostituzione. 

 
 
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Ma i fischi sono durati poco, e il Camp Nou è tornato al trattamento del silenzio, del disprezzo muto, dell’indifferenza. Ancora peggio, se è possibile. “Non meritate neanche il nostro dissenso”, sembravano dire gli sguardi che popolavano quello che era diventato un teatro di ghiaccio.

Gioventù e paura

In campo c’era un Barcellona di esuberi reintegrati (Coutinho), ragazzini e una manciata di titolari spaesati. Età media: 24,9 anni. C’era Dest che è un 2000, García che è un 2001, e i 2003 Demir e Balde – quest’ultimo all’esordio in Liga. La buona volontà non è abbastanza, il contesto ostile (eufemismo) se li è divorati. Anche nel teatro di ghiaccio il campo è fatto d’erba, ma la palla la muove la paura. Di sbagliare, di non essere all’altezza della storia.

Non sono tutti Pedri, d’altronde. Purtroppo, ma anche per fortuna, perché il canario è fuori per infortunio, come Alba, Agüero, Dembélé e Ansu Fati. E come l’esordiente Balde, che è uscito dolorante alla fine di un primo tempo privo di calcio. Quando piove, diluvia. 

 
 
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Koeman ha messo dentro anche il ’99 Mingueza e il 2004 Gavi. Con lui i giovani stanno trovando sempre più spazio. Un po’ per necessità, un po’ anche per dimostrare al presidente Laporta che nonostante l’inadeguatezza della rosa lui al Barcellona voglia lasciare un’eredità per il futuro.

 

Ma non basta: Laporta si è già detto “indignato” dalla squadra, e non è un segreto che non stimi l’olandese, che lui non ha scelto. E la cui posizione, verso il turno infrasettimanale con il Cadice, rimane instabile.

 
 
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Un nuovo Barça

Nel clima surreale del teatro di ghiaccio, Koeman ha messo dentro anche Luuk de Jong, il suo nuovo centravanti spilungone, e Piqué, buttato nella mischia per fare l’attaccante per 10’. Il tridente d’attacco lo completava Araujo, un altro centrale. Anche il Barça, disperato per la mancanza di idee e di certezze, è finito a gettare cross in area. 54 in tutta la partita, la cifra più alta del club in un solo incontro da quando Opta misura questa statistica (2005/2006).

Uno dei tanti centri l’ha preso proprio il classe ‘99 Araujo, che al 90’ ha incornato il pareggio su assist del più piccolo di tutti, Gavi. Due simboli di un Barcellona nuovo, pieno di gioventù e che ha scelto di non somigliarsi pur di sopravvivere. Anche col Granada, anche in casa. Un gol segnato così, per quanto rimanga un gol, mette Koeman paradossalmente in una posizione peggiore di prima.

L’arbitro indica gli spogliatoi: 1-1. I fischi riempiono il teatro di ghiaccio mentre il vecchio inno del nuovo Barcellona cerca di sovrastarli, senza successo. “Più di un club”, c’è scritto sui seggiolini che si svuotano, ma molto meno di una squadra, oggi. E non si sa per quanto ancora.

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